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EUGENIO SANTORO

Un artista che non torna più nella sua Patria

Eugenio Santoro

Il Museo dell’Art Brut di Losanna invita a scoprire l’universo dell’emigrato italiano Eugenio Santoro, per una vita operaio nel Giura bernese.

 

Figure fuori dai canoni. Animali e donne scolpite, forme atipiche e misure gigantiche.

 

 

La Maria Maddalena di Eugenio Santoro

 

Eugenio Santoro, classe 1920, non è andato a Losanna per visitare la mostra dedicata alle sue creazioni. E non ha intenzione di farlo: “Forse per la paura di non essere all’altezza, di non sapersi spiegare”, scrive il curatore Maurice Born.

Parlano per lui le sue incredibili sculture, il legno ricco di venature placcato di colori sgargianti. Figure dalle forme distorte, che ingannano l’occhio che guarda.

Santoro appartiene per diritto al mondo dell’art brut. È l’arte inconsapevole, che non conosce accademie né gallerie d’avanguardia. È l’arte che nasce per bisogno e per istinto - e non si cura di critici e correnti artistiche. È spesso l’arte di persone che conoscono l’isolamento, per malattia o per scelta, e sono creazioni sempre originali, da scoprire nelle sale accoglienti del museo di Losanna.
 

Figlio del mezzogiorno italiano

La storia di Eugenio Santoro inizia a Castelmezzano, un paese arroccato sulle Dolomiti lucane. La Basilicata – o Lucania - è una regione aspra e bellissima, dove Carlo Levi ha ambientato il romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli”. Terra di vestigia saracene e bizantine, chiese rupestri e un’incredibile varietà di paesaggi ancora oggi intatti – dal mare azzurro di Maratea alle vette del Parco nazionale del Pollino.

Eugenio Santoro nasce lucano e studia da falegname, ma a vent’anni – come molti figli del meridione italiano - parte al fronte: la guerra d’Albania e poi la Grecia, dove viene fatto prigioniero. Deportato in Germania, resterà due anni in un campo di lavori forzati in Bassa Renania.

Il ritorno a casa nel 1944 è segnato dal disagio: la Basilicata è all’epoca l’emblema della miseria del Mezzogiorno italiano e le sue difficoltà si intrecciano con le vicende di Santoro. Che si arrangia per vent’anni, ma nel 1964 parte con la moglie in cerca di fortuna. La Svizzera è la terra promessa.

 

Eugenio Santoro 09.11.1987

 

 

Via dalla Lucania

 Non sarebbe più tornato in patria. Forse questo fatto, e una certa leggerezza, ingannano i curatori della mostra di Losanna, che descrivono Castelmezzano in termini foschi davvero: “Come tutta l’antica Lucania, una terra che si fugge appena possibile”, una regione “Ferma nel tempo, priva di avvenire” e persino “un paese di briganti, una mafia che lo Stato italiano ha rinunciato a piegare”.

Ritratto ingeneroso per una terra certo difficile fra terremoti, alluvioni e poche infrastrutture, eppure di struggente bellezza nei paesaggi ancora selvaggi e affascinante per la tradizione artistica, culturale e culinaria. Una regione che conserva valori e costumi rurali.

Un popolo che lotta per uscire dallo stereotipo di “disgrazia d’Italia” e che lo scorso anno è sceso in massa nelle strade, riuscendo a bloccare un progetto governativo che voleva trasformare Scanzano Ionico in un cimitero di scorie nucleari.

Sfugge tutto questo nella pubblicazione del museo dell’Art Brut che presenta la mostra e probabilmente le bellezze della Lucania sono sfuggite anche a Eugenio Santoro, che dal 1964 è diventato un operaio a tempo pieno nella vallata di Sant-Imier, nel Giura bernese.

Una vita in fabbrica 

Santoro non ha mai imparato il francese: non serviva per lavorare in catena di montaggio con altri immigrati. E non era il tipo che frequentava caffè o ristoranti. Era un immigrato italiano silenzioso e rispettoso, che lavora sodo e la sera tornava a casa dalla sua famiglia.

È solo nel 1979, in occasione del compleanno della fabbrica di cioccolato in cui lavora, che Santoro prende la parola. Lo fa a modo suo: dipinge un quadro che rappresenta lo stabilimento.
Non smetterà più di dipingere e scolpire.

Fra kitsch ridondante e linee essenziali, le sue sculture di legno d’alberi da frutto sono sorprendenti. Occupano beffarde lo spazio e trasportano altrove con il loro tratti atipici. Santoro le cura nei dettagli: le veste, le trucca, le adorna con sorrisi stranianti. A tratti ti sembra di avere le traveggole: è la statua che ammicca, grazie a torsioni inedite di arti e giunture.
 

L’arte in magazzino 

Ancora oggi, Eugenio Santoro lavora nel suo giardino di Courtelary, pochi chilometri da Berna. E continua a crescere la sua galleria di personaggi. Piccole statue e progetti gigantici, che scolpisce all’aperto e poi trasporta in un magazzino per custodirli perfettamente imballati e incartati.

Rendono preziosa la visita al museo dell’Art Brut le foto di Mario del Curto e il documentario di Dominique Clément, dove Santoro si racconta per gesti e con allegria: munge una capra di legno, si aggira sul prato con un mazzo di fiori e canta un’antica canzone popolare del meridione d’Italia: “Amor dammi quel fazzolettino, vado alla fonte lo vado a lavar”.
 

Si ringrazia:


swissinfo, Serena Tinari, Losanna

http:// www.swissinfo.org

 

 

 

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