DA MAUDORO A CASTRO MEDIANO
STORIE E LEGGENDE DI UNA COMUNITÀ

Castelmezzano costituì il rifugio per la gente di Maudoro e per molti fuggiaschi in cerca di rifugio: i monaci basiliani, coloro che scappavano dai mori. La scoperta del pastore Paolino e del monaco Gervasio. Fino a diventare riferimento per i templari, i normanni, gli angioini, gli aragonesi. Fino ai feudatari e ai briganti. Da fine ‘800 e per tutto il ‘900 Castelmezzano conobbe anche il dramma dell’emigrazione, nei paesi d’Europa e nelle Americhe.
Raccontano la storia e le leggende che, lungo il Basento, risalendo il torrente Salemme, nella valle che collega l’area di San Martino di Pietrapertosa (l’antica Turres o Pietraperciata) con la Valle dell’Agri, nel 212 avanti Cristo, passò il condottiero Annibale, il generale cartaginese che combatté i romani con i suoi elefanti, per spostarsi da Grumentum a Venusia.
Un’altra via di collegamento importante fra le valli del Basento, del Bradano e dell’Agri era contorniata da fortificazioni naturali rocciose – i massi ciclopici nei quali questo paese è scavato – chiamate per l’appunto “Arm’”. Antichi popoli hanno risalito la corrente dei fiumi e, dal mar Ionio, hanno raggiunto l’area di Serra di Vaglio, il luogo di culto della dea Mefitis, divinità osca, la grande madre delle acque, protettrice delle sorgenti, degli armenti, dei campi, della fecondità. La dea Mefitis: “colei che sta nel mezzo”, fra il giorno e la notte, fra il caldo e il freddo, fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.
In questo luogo di passaggio sorgeva Maudoro. Qui, seguendo il percorso del Basento e del torrente Camastra, cercarono protezione alcuni abitatori di Serra di Vaglio. Fissarono la loro dimora in anfratti angusti difesi dalle rocce e dai burroni. A Monte Croccia fu realizzato un grande orologio preistorico di pietra: dalle sue fessure, nel solstizio di inverno, un raggio di sole confermerà la misura del tempo.
Da queste alture si poteva sovrastare la vallata ricca di acque, di boschi e di vegetazione rigogliosa. Maudoro fu il piccolo rifugio aureo che offrì ai suoi abitanti riparo e terre fertili.
Venne il tempo dell’iconoclastia. Il tempo del fuoco, delle sacre immagini arse, delle persecuzioni. I monaci basiliani cercarono scampo dall’assalto dei saraceni e dagli editti bizantini e giunsero anche fra questi aspri picchi rocciosi. Vennero per cercare un nascondiglio sicuro in mezzo a queste rocce.
Castro Mediano – Castelmezzano (castello di mezzo fra quelli di Pietrapertosa e di Brindisi di Montagna) li accolse.
Ma non arrivarono soltanto i monaci in fuga. Davanti alla minaccia saracena, giunta fino a Pietrapertosa, il popolo di Maudoro cercò scampo in mezzo a questi picchi di arenaria.
A scoprire questo riparo di difficile accesso, era stato un pastore. Si chiamava Paolino. Fu lui che, per primo, si addentrò verso la via degli strapiombi e scoprì nascondigli inaccessibili. Si trasferì con le sue greggi in una grotta. Quella che, ancora oggi, è chiamata Arm’ Gervasio. Paolino fu il primo abitatore di Castelmezzano. Nei pressi di quella sua dimora, ancora oggi si può vedere e percorrere una gradinata scolpita nella roccia, non a caso denominata Rampa Paolino.
L’Arm’ Gervasio prese invece il nome da un monaco. Il Monaco Gervasio che abitò in quella grotta scavata nella roccia. Nei pressi dell’Arm’ Gervasio fece costruire una Cappella.
Nell’anno mille Castelmezzano venne conquistata dai Normanni che vi edificarono una fortezza dalla quale si poteva dominare l’intera valle del Basento. Di qui passarono i cavalieri del tempio di Re Salomone, i Templari, in viaggio per Gerusalemme nella prima Crociata. Indossavano bianchi mantelli con una croce rossa impressa sul petto.
Lasciarono a Castelmezzano il segno del loro passaggio: potete ancora oggi riconoscere i loro simboli nella chiesa e sui muri di Santa Maria dell’Olmo. Lasciarono i nomi su queste pietre: Olmo, Spinalva, Calvario, Supportico, Santa Croce, Santo Sepolcro.
Portarono in questo tempio il tesoro della Sacra Spina rimasta, per secoli, in questa chiesa prima che, il 13 dicembre del 1974, mani sacrileghe ne facessero razzia.
I Templari lasciarono qui l’impronta del loro stemma: due cavalieri, un cavallo, con un ramo d’oro e uno di quercia. È il simbolo del Comune di Castelmezzano.
Dopo i fasti del periodo normanno-svevo, Castelmezzano vivrà un periodo di decadenza con la dominazione Angioina. Il borgo appartenne, in questa stagione, ai signori Guglielmo Tournespe e Roberto Renziano. Con gli Aragonesi il feudo andò al conte Garlon D’Alife, ai Suordo, ai De Leonardis. Nel ‘600 toccò ai De Lerma che ne mantennero il controllo fino al superamento della Feudalità (1806).
Nell’800 il paese conobbe il tempo dei briganti. Nel 1860, un gruppo di castelmezzanesi, vicini al prete liberale don Carlo Antonio Trivigno, partecipò all’insurrezione del 18 Agosto a Potenza, al grido di “Viva Garibaldi”.
Tra fine ‘800 e ‘900 anche Castelmezzano ha vissuto il dramma della grande emigrazione. Ha visto partire, con dolore, i propri figli, i giovani, intere famiglie. Partirono sui bastimenti verso le Americhe. Salirono sui treni affollati verso le fabbriche, i campi, le miniere d’Europa. Il paese si svuotava al cospetto di questi sradicamenti laceranti e obbligati. Viaggi della speranza. Per cercare lavoro, per sconfiggere la penuria e la fame, per affermare la dignità della propria esistenza nel mondo.