CASTELMEZZANO: IL TEMPO DELLA FATICA E IL TEMPO SCANDITO DALLE FESTE

La quotidianità, in un paese come Castelmezzano, è fatica nei campi e solitudine. Ma la conferma di quell’esistenza avviene, per contrasto, con la tregua della festa. Le feste del paese sono interruzione della fatica quotidiana e spazio in cui si conferma l’esistenza della comunità.
Falò di Pasqua. Un grande fuoco si accende nella piazza principale del paese (l’Olm’ successivamente rinominata piazza Emilio Caizzo) il Sabato Santo. Il falò di Pasqua s’illumina, nutrito dalla legna raccolta dai bambini per i vicoli di Castelmezzano, mentre girano accompagnati dal suono e dal ritmo di strumenti arcaici (troccol’ e verrecl’). I raccoglitori-musicanti gridano in coro: ‘a leun’ a Gis’ Crist’ (la legna a Gesù Cristo).
Madonna del Bosco. La festa della Madonna del Bosco si celebra la prima domenica di Maggio. Festività pastorale e contadina nel segno di canti e giochi tradizionali che coinvolgono, per l’intera giornata, la gente di Castelmezzano in contrada Collata, nel luogo in cui sorge la Cappella della Vergine.
Festa du Masc’. Accade il 12 e il 13 Settembre, in occasione della festa di Sant’Antonio. La prima domenica di settembre un gruppo di uomini nel bosco sceglie il cerro più alto e robusto. È il Maggio, l’albero della vita che viene trascinato in paese da coppie di buoi. Un altro gruppo, in località Virgilia, sceglie un agrifoglio; ‘a Cim’, la Cima. Il Maggio e la Cima, portati da due cortei in paese, celebrano la festa dell’incontro, delle nozze, della fecondità della natura. Davanti alle celebrazioni religiose in onore di Sant’Antonio, si rinnovano gli antichi riti di fertilità. In paese avverrà l’innesto fra i due alberi e il Maggio è innalzato. Nel giorno della festa sul suo tronco levigato si gioca la sfida della scalata. Un tempo era preceduta dalla tradizione dello sparo da parte dei cacciatori. Oggi, per conquistarsi i premi più ambiti, si è optato per una meno deflagrante asta. Fra balli e fuochi d’artificio.
Santa Lucia e sagra della Cuccìa. Il 13 dicembre, in occasione della festa di Santa Lucia, in paese si organizza la sagra della “Cuccìa”: un piatto tipico e povero a base di fave, grano, ceci e cicerchie. I cereali si fanno cuocere in un calderone nella piazza principale del paese, davanti alla chiesa madre. Al termine della messa del mattino, il sacerdote benedice quel cibo e la cuccìa viene distribuita alla gente che passa di lì, in segno beneaugurale e di condivisione.
Carnevale e rafanata. La domenica di fine carnevale e il martedì grasso sono i giorni tradizionali di un piatto prelibato: la rafanata. Una frittata al sapore del rafano. Uova, pecorino, strutto e rafano, i suoi ingredienti principali. Il rafano, una sorta di tartufo dei poveri, radice di pianta perenne dalle proprietà curative, dal sapore piccante-amaro, quando viene grattugiato sprigiona effluvi capaci di ferire il naso e di far lacrimare gli occhi. Si crede anche in sue proprietà afrodisiache e che possa favorire, nella fauna maschile, quella che un poeta ha definito “la virtù meno apparente, fra tutte le virtù la più indecente”.

L’ERBA SELVATICA ELISIR DI LUNGA VITA
LA SCIENZA CONFERMA IL SAPERE POPOLARE

Un’erba selvatica, che cresce sulle Dolomiti Lucane, veniva usata dai contadini per sfamare uomini e bestie. Ma era utilizzata anche come erba medica: “cura i mali della vecchiaia”, dicevano. Insomma, una sorta di elisir di lunga vita. Una équipe di scienziati ha analizzato quest’erba e ha scoperto che essa possiede particolari proprietà antiossidanti. La scienza confermava così un sapore popolare, tramandato fra le generazioni.
Ietone (Atriplex hortensis). Fra le guglie aspre delle Dolomiti Lucane, in mezzo alle pietre e ai crepacci, crescono erbe selvatiche che i contadini ben conoscevano e usavano a fini di medicamento e per sfamare uomini e bestie.
A Castelmezzano la chiamavano “ietone”. Serviva a improvvisare minestre quando non c’era di meglio. Ma soprattutto – dicevano – “serve a curare i mali della vecchiaia”.
Solo una credenza? Non proprio.
Agli inizi degli anni 2000 un gruppo di ricercatori etno-botanici di diverse università europee, gruppo di studio coordinato dal professor Andrea Pieroni, si è recato fra le Dolomiti Lucane per studiare le proprietà delle piante spontanee del luogo. Poterono così trovare e analizzare anche questo ietone: in realtà l’atriplex hortensis.
Grazie a quegli studi, i ricercatori poterono scoprire che questa pianta contiene straordinarie proprietà antiossidanti. Una sorta di “elisir di lunga vita”.
La verifica scientifica confermava dunque un’antica sapienza popolare tramandata con la forza dell’esperienza e dei racconti.